Pubblicato il 21 mar 2021

7.426. Sono 7.426 i casi documentati di razzismo in Italia tra il 2008 e il 2020.

“7.426. È un numero alto. Eppure, sappiamo che è approssimato per difetto - si legge nel Libro bianco sul razzismo in Italia, indagine dell’Associazione Lunaria insieme al sito Cronache di ordinario razzismo -  La xenofobia, il razzismo, l’islamofobia, l’anti-semitismo, la ziganofobia sono difficili da quantificare, stante che la gran parte delle ingiustizie, delle discriminazioni e delle violenze razziste resta confinata nell’invisibilità del silenzio di coloro che le subiscono e nell’omertà dei molti che ne sono testimoni passivi e, dunque, anche complici”.

É un numero a cui possiamo dare dei nomi.

Abdul Salam Guibre, ucciso a Milano il 14 settembre 2008.

Emmanuel Bonsu, pestato a sangue “per errore” da alcuni vigili urbani a Parma il 29 settembre 2008.

Mor Diop e Modou Samb, venditori ambulanti uccisi per il colore della pelle da Gianluca Casseri a Firenze il 13 dicembre 2011. 

Emmanuel Chidi Namdi, ucciso a Fermo il 5 luglio 2016, perché aveva difeso la sua compagna da insulti razzisti.

Wilson Kofi, 20 anni, Omar Fadera, 23 anni, Gideon Azeke, 25 anni, Jennifer Otiotio, 25 anni, Mahmadou Touré, 28 anni, Festus Omagbon, 32 anni, feriti da Luca Traini durante il raid razzista di Macerata il 3 febbraio 2018.

É un numero che comprende non solo la violenza fisica, accertata per ben 901 casi, ma anche i danneggiamenti di proprietà, la pura discriminazione, avvenuta 663 volte per mano di politici o amministratori pubblici, e le violenze verbali, perpetrate online e offline attraverso minacce, offese, manifesti discriminatori e campagne di informazione scorretta.

Al razzismo, dobbiamo rispondere con l’inclusione.

Come sta facendo Powercoders con i suoi corsi di programmazione e sviluppo web rivolti ai rifugiati.

Come MagazziniOz che, con il progetto “La diversità è bellezza”, combatte gli stereotipi e aumenta le possibilità di inserimento lavorativo di ragazzi stranieri.

O ancora, come sta facendo ASD Duospèdes, utilizzando lo sport come strumento di integrazione e socializzazione.

E poi CEAR in Spagna, che offre supporto psicologico e legale a rifugiati, apolidi e migranti.

Il cambiamento parte da noi e dalla nostra capacità di accogliere, di ascoltare, di comprendere.